Sembrano essere passati anni dal quel bagno di folla in campagna elettorale durante il quale Bersani prometteva "Smacchieremo il giaguaro." Ancor prima di quel giorno, tuttavia, il gradimento e la tenuta del Pd stavano calando gradualmente ma inesorabilmente fino al crollo del day-after l'elezione del Presidente della Repubblica.
In estrema sintesi:
- Prima del voto, con una campagna elettorale tanto scialba quanto di basso profilo, il Pd getta al vento un vantaggio sul Pdl che i sondaggi davano, a dicembre, di quasi venti punti percentuali (38% contro 18%).
- Il risultato elettorale è stata una vittoria ma, per quanto al punto precedente, vissuta più come una sconfitta: il Pd non ha i numeri al Senato per governare.
- Con le consultazioni, inizia l'elemosina di Bersani che cerca di convincere il M5S che si può lavorare insieme. Gli obiettivi comuni, sulla carta, ci sarebbero ma Bersani in risposta ottiene solo provocazioni, offese, porte sbattute in faccia ed umiliazioni mediatiche.
- Bersani, anziché rinunciare all'incarico, si intestardisce. Senso di responsabilità verso il Paese? Volontà ossessiva di non voler perdere l'occasione della sua vita politica? Non si capisce, ma questo atteggiamento non ha fatto altro che minare l'unità interna della coalizione ed il rapporto con gli elettori.
- A due mesi dal voto, e senza prospettive di governo immediato all'orizzonte, si arriva all'elezione del Presidente della Repubblica. Il Pd propone prima Marini, poi Prodi, entrambi sconfitti in Aula grazie alle spaccature interne al Pd stesso.
- Il partito non segue più il suo segretario (o il segretario non è mai stato capace di guidare il partito) e Bersani rassegna le sue dimissioni, effettive dal momento dell'elezione del Presidente della Repubblica.
- A causa delle varie correnti interne al Pd non si può escludere la scissione del partito.





